27 Lug Ritratto: Giacinto Siciliano- direttore del Carcere di S.Vittore – Reach#1.

Da sempre noi Blivers siamo vicini alla realtà del carcere e la possibilità di intervistare il direttore del Carcere di San Vittore ci emoziona moltissimo, tant’è che seppur seduti comodamente e in un momento di relax non riusciamo a dare del tu a Giacinto Siciliano che parla di grandi sentimenti, di valori, di dignità e soprattutto di libertà.

La libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.
Non posso che chiederlo a lei, che cos’è la libertà?

Penso che sia effettivamente partecipazione, perché ognuno ha un limite alla libertà che è nella sua testa e penso che sia assolutamente fondamentale che ognuno si riappropri della capacità e della libertà di pensare. La capacità di pensare di essere libero.
Anche in carcere questo è estremamente importante, perché il vincolo alla libertà non è dato dalle sbarre o dalle regole, ma proprio dall’incapacità delle persone di rivedersi in modo diverso e di essere consapevoli di poter scegliere.

Ascoltando il suo workshop mi è tornato alla mente il titolo di un incontro organizzato da noi Blivers per la nostra mostra Cicatrici: “La forza dei grandi sentimenti”. Immagino che lei attraversi tutti i giorni dei sentimenti di una forza enorme sia positivi che negativi.
Qual è l’importanza di saper cogliere questo aspetto umano e come lo gestisce a livello professionale e personale?

Penso che non ci sia grande differenza fra la vita personale e quella professionale.
Il discorso va impostato sul riconoscimento dell’uomo e dell’umanità.
Tu sei quello che sei, perciò o hai la capacità di cogliere, di vivere, di trasmettere emozioni oppure non ce l’hai, né in famiglia, né sul lavoro.
In carcere questo è molto difficile perché così facendo ti assumi dei rischi.
E’ molto più facile dire SI o NO, in modo freddo e formale, molto più difficile quando, invece, vai ad approfondire a differenziare, a cercare di capire cosa ci sia dietro il comportamento di una persona, ben oltre le apparenze.

Come vive questi grandi sentimenti, come li porta nel suo vissuto, in un lavoro come il suo in cui non si può staccare alle 6 e ricominciare al mattino alle 9?

Le emozioni te le porti dietro, quando parli con le persone, ascolti i loro problemi, cerchi di individuare soluzioni o semplicemente non ne hai.
Questo fa parte del tuo bagaglio personale, ti entra dentro e tu non puoi prescindere da tutto questo.
Però è anche vero che il tuo interlocutore sente te, le tue emozioni e la tua capacità di rispondere, qualche volta anche negativamente.
Tuttavia penso che conti molto il rapporto di fiducia che si crea e soprattutto il rapporto di rispetto e riconoscimento dell’altro.
E’ difficile ma penso sia anche una delle cose più belle del lavorare in carcere.

Lei cosa farebbe per amore?

Io per amore darei la mia vita, in fondo è quello che faccio tutti i giorni nel momento in cui vivo da uomo e nel momento in cui lavoro sapendo che rischio, ma la vita è qualcosa che va al di là della vita fisica.
Io penso di dare tutto me stesso e lo faccio con gioia, con orgoglio, con entusiasmo, sperando di contagiare gli altri in modo che facciano altrettanto. Io amo il mio lavoro e questo penso sia importante per fare tutta una serie di cose che altrimenti non riuscirei a fare.

Lei ha detto una frase meravigliosa “la fragilità del singolo, la forza del gruppo” che e’ un concetto che noi Blivers, che siamo una fondazione che raggruppa tanti ragazzi fragili, capiamo e riconosciamo perché ci accorgiamo che la condivisione e la forza che creiamo nel gruppo aiuta ad andare avanti.

Questo succede anche in carcere oppure il gruppo diventa pericoloso, o comunque da gestire?

Il gruppo può essere pericoloso se non porti le persone al suo interno a sentirsi e viversi diversamente.
Ma se tu riesci a mettere le persone in gruppo positivamente, il gruppo ti fa vincere tutte le fragilità, ti aiuta quando stai cadendo, ti fa capire gli errori. Questo è quello che fa la differenza.

In un periodo come questo in cui si parla di muri, confini, linee, c’è un confine che lei non vuole superare nella sua vita?

Il confine che non si può superare è quello della dignità, ognuno di noi deve rispondere a dei valori e deve fare quello in cui crede fino a che ci crede difendendolo strenuamente.
Questa è la cosa importante.
Nel mio lavoro ti devi assumere molte responsabilità, a volte devi andare fino al limite (se non oltre), ma penso che l’importante sia che tutti possano percepire i tuoi valori e la tua dignità, e che in nome di tutto questo
possano accettare anche i rifiuti e le situazioni che non condividono.

Io credo che conoscendo delle realtà che sono “limitanti”, si rifletta maggiormente sulle possibilità della vita, quindi me le vuole dire tre cose che sono da fare nella vita?

Amare, viaggiare e credere.

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