06 Giu Intelligenza Artificiale VS Stupidità Umana – Cosimo Accoto su Reach.

Con Cosimo parliamo moltissimo e le sue parole ci accompagnano in un viaggio dentro le possibilità.
Può la filosofia dialogare con la tecnologia?
Può questa commistione aiutare la società a diventare migliore?
Noi lo speriamo tantissimo.
Noi lo speriamo tantissimo.

Cosimo Accoto al Richmond E-commerce Forum

Cosimo, cosa ti rende felice?
Mi rendono felice tante cose.
Sicuramente stare con la mia famiglia, leggere e studiare, incontrare
persone nuove, chiacchierare con gli amici, nuotare e tante altre cose.
Forse oltre alle cose che normalmente rendono felici tutti per me studiare è in pole position.
L’ho sempre fatto fin da quando ero bambino e continuo a farlo al MIT.

Quindi lo studio può aiutare la felicità?
A me ha aiutato nel trovare un lavoro e a dare senso alla mia vita e poi molte delle cose che leggiamo e studiamo possono contribuire a migliorare la vita personale e collettiva della società in cui viviamo.
Tra l’altro in periodi di cambiamento e trasformazione, o uno continua a studiare e ad aggiornarsi, oppure rimane indietro molto rapidamente.

C’è un oggetto o un cibo o un profumo che ti riporta a un ricordo d’infanzia?
Mia nonna era una cuoca straordinaria.
Sicuramente tutti i dolci natalizi che si fanno giù in Salento, fritti e poi conditi con il miele. Quegli odori di quella frittura fatta in quei giorni particolari è una di quelle cose che non dimentico.
L’altro sapore/odore è il pane fatto nel forno a legna, con la legna d’ulivo.
Lo facevamo nel paesino dove sono nato,  mi ricordo che eravamo bambini, ma ci alzavamo di notte, perché il pane si faceva di notte, preparavamo l’impasto, lo lasciavamo lievitare e poi a mezzanotte si usciva, in queste città un po’ buie ed era una specie di avventura notturna.
Quando si arrivava al forno c’era la vecchina che sembrava una
sorta di strega, tutta vestita di nero ovviamente, un classico delle donne salentine, un po’ curvata, magrissima, piccolissima e quell’odore che arrivava dal forno me lo ricordo benissimo.

Nei panni di chi ti piacerebbe svegliarti domattina?
Ci ho un po’ pensato, ma in realtà no, mi piacerebbe svegliarmi nei miei panni e magari cercare ogni giorno di costruire un Cosimo migliore rispetto al Cosimo che si è addormentato la sera prima.

Ci sono state delle scelte importanti che hanno delineato la tua vita?
La scelta più determinante è stata forse quella di aver studiato filosofia.
Dopo gli studi classici avrei potuto scegliere qualunque cosa, ma al liceo ho capito che la cosa che mi piaceva studiare di più era la filosofia e l’ho scelta senza neanche chiedermi se poi mi avrebbe dato un lavoro.
All’epoca immaginavo di fare il professore a scuola, poi non è andata così, però devo dire che quella scelta lì fatta a 18 anni ha condizionato tutta la mia vita, anche se la mia vita non riguarda direttamente la filosofia, ma quella scelta lì, col senno di poi, ha condizionato anche le cose non filosofiche che professionalmente facevo e adesso è tornata prepotentemente con i miei libri.
Quell’amore di un tempo è tornato a galla.

Ma ci puoi dire in parole povere, che cosa fai?
Mi sono reso conto di quanto fosse necessario studiare la tecnologia attraverso le lenti della filosofia, quindi della cultura, perché in questo modo possiamo capire l’impatto che le tecnologie hanno sulla nostra vita.
Non soltanto saperle usare, ma che tipo di mondo migliore le tecnologie possono produrre.
Noi come società abbiamo bisogno di cose che funzionino per costruire un mondo migliore.
Nel mio ultimo libro “Il mondo dato: cinque brevi lezioni di filosofia digitale” un filosofo va al MIT dove ci sono ingegneri e informatici e comincia a interrogarli per capire se le tecnologie che loro costruiscono possono aiutarci a costruire una vita migliore.
Questa cosa che è tornata nella mia vita recentemente mi ha fatto capire che avevo dentro una necessità di tornare ai libri di filosofia che avevo letto e utilizzare quei concetti per studiare il mondo di oggi.
Se noi riusciamo attraverso quella capacità di riflessione a studiare la tecnologia e a capire se ci può essere utile oppure no, facciamo un servizio migliore alla società in cui viviamo.
“A BetterWorld” è il motto del MIT, la frase chiave scritta dappertutto, è lo spirito. Tutto quello che facciamo è for a better world.

Quindi alla domanda cosa faresti per costruire un mondo migliore la risposta l’hai data già?
Io cerco di fare qualcosa nel mio piccolo.
Ho intuito che non c’era molto e quindi ho deciso di recuperare il mio background di studente di filosofia e l’attuale posizione di ricerca al MIT tra gli ingegneri, metterle insieme e dire che si la filosofia ci può aiutare a riflettere sulla tecnologia e a costruire una società migliore.
Così molta dell’innovazione fatta al MIT diventa anche sociale e inclusiva. Un’altra parola molto usata al MIT è “diversity”.
Cerchiamo di costruire un mondo dove la diversità diventi un concetto chiave.
I ricercatori arrivano lì da tutto il mondo, tutte le culture sono ospitate e si crea una cultura della diversità, per costruire un mondo e un’innovazione che siano inclusivi, che siano al servizio dei molti e non soltanto dei pochi.

Hai un trucco emotivo per far decollare il nostro sito?
Non sono un esperto di content marketing o social media, ma sicuramente il lavoro di produrre contenuti di qualità per le persone che abbiano voglia di familiarizzare con questi contenuti e con la missione che vi siete dati è una delle strategie vincenti.
Quindi produzione di contenuti di qualità, e speriamo che quest’intervista possa contribuire, e poi ci sono le iniziative di partnership tramite eventi come questo con Richmond.

Quali sono le tue paure?
Non sono un pauroso, ma non sono neanche uno che azzarda molto.
Sono abbastanza calmo e quieto nelle mie cose.
Ci sono delle paure legate al mio amore per i libri, quindi la paura dell’ignoranza e della stupidità umana.
Adesso tutti hanno paura dell’intelligenza artificiale, però qualcuno mi ha detto che forse bisognerebbe aver paura della stupidità umana, ad esempio quella che non riesce a capire che siamo tutti uguali sostanzialmente.

Io ho più paura di queste cose qui rispetto alle paure fisiche come la vecchiaia, la paura di non esserci più o che i nostri cari ci manchino.
In realtà una delle paure che più mi angosciano e contro la quale bisogna combattere, forse, è proprio l’ignoranza crescente che non ci fa apprezzare il fatto che siamo tutti umani, uguali, anche sé un po’ diversi.

Puoi sfogliare e scoprire le altre interviste presenti sul n.1 di Reach, il nostro Human2Human Magazine.